Chi vive e non pensa, vive il “già pensato” dagli altri.
inesteso spinoziano
agosto 24, 2009 di rosariog
1- A chiarimento di quello che ho scritto sotto, qualche riflessione sulla grammatica del verbo amare. Senza voler attribuire la peculiarità, di cui dirò, unicamente a questo verbo, presto attenzione alla seguente circostanza. Si possono dare casi in cui dire “Il modo che Pietro ha di amarsi è amare Giulia” ha un senso, mentre non ha mai senso dire “Il modo che Pietro ha di pettinarsi è pettinare Giulia“. Sì posso trovare delle interpretazioni metaforiche del senso di “modo” per cui è sensata anche la seconda frase, ma alla lettera se pettino qualcun altro non posso pettinare me stesso.
Le relazioni che si muovono da punto a punto, che si estendono da punto a punto con un verso e una direzione, le chiamo relazioni transitive, e le considero relazioni topologiche. Le relazioni che si muovono senza muoversi, ovvero si dirigono verso il punto che lasciano partendo, le relazioni circolari, le chiamo riflessive. Una pura relazione transitiva (in questo senso topologico e non sintattico, naturalmente) esprime il verbo andare, che d’altra parte non può avere forma riflessiva perché sintatticamente intransitivo. Non posso andare a Torino se vado a Milano, anche se posso andare prima a Milano e dopo a Torino. Invece verbi che sono transitivi sintatticamente possono essere anche riflessivi, nella stessa enunciazione. Così per esempio se si analizza in profondità la frase “Mi guardo allo specchio”, ci sono due punti (lo spettatore e la sua immagine speculare) e una linea, ottica che li unisce nella relazione visuale, e fisicamente, oltre che sintatticamente, è proprio così. Qui la riflessione sintattica è un caso speciale della transitività topologica. Ma si dà una topologia della riflessione, indipendente da ogni transitività ? In realtà la logica superficiale, il senso, della particella “mi“, in quanto declinazione di un caso del pronome “io“, è simulacro, indice della stessa istanza enunciativa espressa nella prima persona del verbo. Non ci sono due punti e una traiettoria che li unisce. C’è un punto e una immagine proiettata da un punto e che ritorna a gravitare su quel punto, una immagine di sè che il punto ha messo e tiene nella propria orbita, attorno a sè, circolarmente. La logica superficiale del senso dice il contro-doppio-senso del mio esser altro da me stesso quando guardo me stesso. In formula: (A=A) = (A=B). Chiamo analogica la struttura riflessiva di questa relazione e la distinguo dalla relazione transitiva topologica (A=B ) = (B=A).
La particolare grammatica del verbo amare mi ha fatto scoprire una paradossale identità riflessiva senza transitività topologica. Posso certo dare una rappresentazione topologica, da un punto verso l’altro, reciprocamente, come nella frase “Pietro e Giulia si amano”, e tuttavia posso farlo perdendo il paradossale movimento che costituisce l’identità riflessiva di Pietro o di Giulia. Essi non solo si amano l’un l’altro, ma amano entrambi se stessi amando l’altro. Questa sfumatura di contro-doppio-senso cade se si analizza la frase in modo profondo e sintattico, ma emerge quando si ascolta la logica della frase superficiale. Sintatticamente c’è solo un movimento che rimbalza da un punto all’altro, analogicamente non c’è solo il movimento tra punti diversi, ma anche l’annullamento di questo movimento nell’unico punto, perché la tensione verso l’altro è immediatamente ritorno in se stessi. Questo paradossale movimento per cui Pietro e Giulia sono se stessi e l’altro da se stessi è un effetto della superficie linguistica. Ora è proprio di questa superficie che non si dà rappresentazione topologica. La logica del senso di superficie del linguaggio dice quello che la sua logica di profondità logico-sintattica vieta.
Spinoza non si accontentava certo della logica superficiale del linguaggio, ma esigeva una stringente logica deduttiva nello sviluppo delle proposizioni dell’Etica. E tuttavia nel caso della Proposizione 36, Spinoza usa questa paradossale logica di superficie per dire qualcosa di inesteso e incorporeo, mentale o spirituale potremmo azzardare. Per dire la Gloria dell’amore divino. Spinoza non può rinunciare alla logica di superficie del linguaggio, nel momento in cui riassume il senso del suo sviluppo assiomatico in una tesi unica, in una proposizione speculativa.
2- Alcune singole affermazioni che Spinoza, il grande cantore euclideo della res extensa, fa nella proposizione 36 del suo V libro dell’Etica e nel Corollario e nello Scolio che segue, non possono trovare una rappresentazione topologica in un grafo di Eulero. Il loro senso letterale è un contro-doppio-senso alla cui assoluzione-risoluzione occorre tutta l’economia logica del sistema assiomatico-deduttivo, occorre lo spessore profondo dell’analisi logica.
I grafi di Eulero sono schemi che studiano i rapporti tra i nodi e i segmenti che li uniscono. Per fare uno schema di Eulero ci vogliono almeno due punti, perché un nodo è un punto da cui parte o a cui arriva un segmento. Se non è possibile annodare almeno due punti, non è possibile schematizzare alcun punto. La struttura del grafico di Eulero non pone assiomaticamente l’esistenza del punto ma quella del segmento tra due punti.
http://www.matematicamente.it/staticimages/approfondimenti/grafi/grafi/grafi11.gif
Ora, è facile accorgersi che posso figurare con cammini tra punti la sequenza ciclica e reciproca :
“A raggiunge A se e solo se A raggiunge B e B raggiunge A”.
ovvero se al posto della relazione “raggiungere” sostituisco la relazione di eguaglianza:
(A=A) = ((A=B)=(B=A))
Dunque l’identità riflessiva di (A = A ) = ( A=A ) nella rappresentazione topologica viene raffigurata nei termini di eguaglianza con una relazione transitiva (A=A) = ((A=B)=(B=A)).
Lo scarto, il residuo non raffigurabile, è il senso che dice:
“ A raggiunge A se e solo se A raggiunge B”
in formula: (A=A) = ( (A=A) = (A=B)).
Questo perchè topologicamente da un punto si può partire o arrivare collegandosi ad un altro punto, ma non ci si può arrivare partendoci. Nella topologia di Eulero un punto o è collegato ad un altro punto o non è collegato a niente, non può essere collegato a se stesso.
Tuttavia quello che in superficie è il contro-doppio senso della relazione di riflessione analogica (A=A) = ((A=A) = (A=B)), analizzato in profondità si fonda sulla relazione di identità:
“A è uguale ad A”
in formula:
“A = (A.prima volta =A.seconda volta)”
Dove la distinzione del sè dall’altro da sè è superficiale, solo nominale e lessicale.
La sensazione di un effetto solo superficiale, risolto e assolto nell’economia profonda del linguaggio, rimane nelle formulazioni logiche la cui validità si fonda solo sulla relazione di identità: le tautologie.
” Napoleone perse a Waterloo = Napoleone fu sconfitto a Waterloo “;
“A(B) = esiste un x (A) per cui vale B “;
” p e non.non.p = p e p “;
Ora la mia idea è che della relazione che sta alla base profonda e fondante queste relazioni, ovvero di:
“A è uguale a A”
ovvero
“A = (A.prima volta =A.seconda volta)”
possiamo avere una rappresentazione topologica per mezzo di linee di Eulero che connettono punti, solo trasformandola in una relazione transitiva topologica (A=B ) = (B=A), perdendone la struttura riflessiva di relazione analogica (A=A) = (A=B), struttura di superfice che anche l’analisi logica in ogni formulazione della sua economia conserva quando esprime una tautologia.
Dunque i paradossi, i sensi e i controsensi, che sono prodotti dalla capacità che ha la superficie del linguaggio di esprimere relazioni riflessive, e che stanno alla base di tutti i paradossi dell’autoreferenzialità, antichi e moderni, non possono essere risolti e assolti sulla base di una analisi di superficie. di una analisi topologica. La superficie del linguaggio non è mera apparenza, rappresentazione e quindi non ha una struttura apparente, una struttua topologica. Essa richiede il colegamento ad una analisi profonda, logica, che ad un tempo conserva e sopprime il paradosso. Lo conserva perchè continua ad enunciarlo, lo sopprime perché lo organizza in livelli e gerarchie, in ordini di predicazione e in tipi o soggetti differenziati, in cui esso scompare.
3- Se l’identità della relazione riflessiva analogica non ha una struttura topologica, allora le trasformazioni topologiche hanno la struttura:
(A=A) = ((A=B)=(B=A))
e non la struttura:
(A=A) = ((A=A)=(A=B)).
La topologia moderna analizza le deformazioni continue delle forme considerandole delle equivalenze, che chiama omeomorfismi. Infatti è’ vero che la topologia moderna riesce bene a raffigurare la seguente relazione:
“La ciambella è una ciambella che è una tazza che è una ciambella”
ovvero (A=A)=((A=B)=(B=A)).
http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/2/26/Mug_and_Torus_morph.gif
(clicca sull’immagine nel riquadro, dopo qualche secondo di attesa potrai vedere l’animazione ciclica della metamorfosi ciambella-tazza)
La trasformazione omeomorfica non è tuttavia la rappresentazione di una relazione di identità analogica e riflessiva ((A=A) = (A=B)). Si tratta, invece, della raffigurazione del divenire come metamorfosi di una cosa in un’altra (A=B)= (B=A). Che la metamorfosi nasconda una equivalenza topologica, (A=A) non significa che la rappresentazione topologica riesca a mostrare l’identità della forma tra diveniente e divenuto ((A=A)=(A=B)). Essa mostra l’evento (A=B), ma non ne dice l’ identità riflessivo analogica (A=A) = (A=B); la topologia è scienza delle alterazioni e non delle identificazioni. Questo fissare riflessivamente una forma a se stessa richiede per essere esibito il nome, il verbo, linguaggio, e la denominazione come sintesi ideale di denotazione-ostensiva (onoma) e predicazione (rema). Il senso del linguaggio prima della sua trattazione profonda logico-matematica. Il senso intenzionale del simbolo che è sempre sintesi di sensi, contro e doppio senso.
“Questa è una ciambella che diventa una tazza” , tale segmentazione linguistica di una fase del continuo metamorfico dell’alterazione topologica è resa dal linguaggio come paradosso, puzzle, enigma da risolvere e assolvere nell’analisi economica dei segni. Nella semplice percezione del processo non c’è niente di enigmatico invece, tutto scorre naturalmente. La denominazione linguistica, fissando e astraendo, produce anche il paradosso, il non-senso e il controsenso, almeno nella sua logica di superficie.
La relazione di identità profonda presuppone l’evidenza superficiale del paradosso, ovvero quello che Deleuze in Logica del Senso chiama evento puro: ” Quando dico ‘Alice cresce’… Senza dubbio non è nello stesso tempo che Alice sia più grande e più piccola. Ma è nello stesso tempo che lo diventa. E’ più grande ora, era più piccola prima. Ma è nello stesso tempo, in una sola volta, che si diventa più grandi di quanto non si fosse prima e che ci si fa più piccoli di quanto non si diventi”. L’evento del divenire che percettivamente e topologicamente colgo nel suo processo contintuo, linguisticamente, alla logica di superficie, appare nella sua purezza di un contro-doppio-senso. Dice ancora Deleuze: ” E’ proprio dell’essenza del divenire l’andare, lo spingere nei due sensi: Alice non cresce senza rimpicciolire, e viceversa. Il paradosso è l’affermazione dei due sensi nello stesso tempo“.
Se l’identità profonda della denominazione si impone sul contro – doppio-senso superficiale e perché la stessa identità profonda non può fare a meno di produrre il paradosso superficiale, (paradossale controsenso è la formulazione linguistica dell’evento puro del divenire, l’enunciazione sintetica nella proposizione, non il divenire stesso, il nome stesso del ”divenire”, che è una tautologia sin quando è separata). Quindi l’identità profonda deve provocare, per disattivarlo, quell’evento puro del divenire che essa stessa evoca come il dicibile che non può mai esser detto. Questo significa che lo spazio profondo dell’identità, come spazio del possibile paradosso atopologico, astratto e discreto, sta sempre in rapporto all’ effetto fantasmatico di una segmentazione superficiale, lessicale, che copre la causalità profonda dei vettori di forza deformanti interconnessi in modo continuo.
Quello che percettivamente-topologicamente è normale, linguisticamente è un contro-doppio-senso, un paradosso. E’ l’identità, la struttura riflessiva del linguaggio, a provocare il paradosso ed è l’identità stessa che è incaricata di assolvere e risolvere il paradosso al livello di logica profonda e non più superficiale.
4-L‘idea è che la topologia di Eulero non consente di rappresentare l’identità che a livello superficiale emerge insieme al suo doppio-contro-senso costitutivo.
Tuttavia l’identità può essere detta all’interno di un linguaggio profondo, insiemistico, e questa logica profonda ha una rappresentazione “estesa”. Se proprio se ne vuole fare un grafo occorrono i diagrammi di Venn
http://www.matematica.blogscuola.it/wp-content/uploads/2009/01/venn1.jpg
esistono quelli ad albero e ramificati, ma mi fermo a considerare quelli strutturati attraverso un’unica area racchiusa e sezionata discretamente da una molteplicità di circoli. Con questa grafica si rappresentano i rapporti tra insiemi, classi, o, aristotelicamente, tra universali e particolari. In questa grafica è facile rappresentare la nozioni di appartenenza. Un insieme può essere se stesso e appartenere ad un’altro insieme. Basta rispettare le sovrapposizioni delle aree. Un triangolo è un triangolo ed insieme è anche un poligono.
5- Dire, come dice Spinoza nel Corollario della proposizone 36, che:
“L’ Amore con cui Dio ama se stesso è l’Amore con cui Dio ama gli uomini”,
ovvero dire:
Dio.AMA.Dio = Dio.AMA.Uomini
e implicare, di conseguenza, con il contenuto della proposizione 36, che:
“L’Amore della Mente verso Dio è l’amore con cui Dio ama se stesso”
ovvero dire:
Mente. AMA. Dio = Dio.AMA.Dio,
significa enunciare qualcosa usando una struttura di superficie in cui la relazione “amare” nel momento in cui è riflessiva (DioAmaDio) è identica alla relazione “amare” transitiva (MenteAMADio che a sua volta è identica a DioAMAUomini). C’è da osservare che, almeno nella enunciazione della prop. 36, questa identità tra proprietà riflessiva e proprietà transitiva della relazione vale solo per l’argomento Dio (l’argomento universale e totale) e non per gli argomenti Mente e Uomini ( che sono argomenti particolari e parziali, oggetti).
Nella logica di superficie dell’enunciazione spinoziana per Dio vale che:
“essere per me stesso (proprietà riflessiva, essere in una certa relazione per se stessi con se stessi) = essere per altro (proprietà transitiva, essere in una certa relazione con altro, attraverso altro e mediante altro)”
ovvero, se intendiamo l’ essere per (la relazione a sè o ad altro) come un semplice esser posto:
(A=A) = ((A=A) = (A=B))
L’identità qui enunciata è l’identità, per un certo oggetto, della proprietà riflessiva e di quella transitiva, del suo essere in relazione. E’ se stesso essendo altro, ed essendo altro è se stesso. Partendo da sè arriva a sè. Come se un punto potesse compiendo un cammino circolare ritornare a se stesso, attraversando, partendo da e arrivando a, una infinità di punti che tuttavia non sono che sempre immagini di quell’unico punto di partenza.
E’ questa struttura che è propriamente irrappresentabile nella topologia di Eulero, dove di punti ce ne devono essere almeno due collegabili da un cammino lineare. Ma anche la topologia moderna, nonostante la sua evidente esibizione di metamorfosi e processi che coinvolgono sfere tridimensionali, non dice la paradossalità dell’identità che la logica superficiale del linguaggio sa esporre. Giacchè in topologia la struttura omeomorfica che soggiace agli effetti di superficie è sempre un “A=B” ed un “B=A”. Ma pensare A=A significa pensare il controsenso di un ”(A=A) = (A=B)”, e questa non è una prestazione topologica anche se è un effetto di superficie del linguaggio. La superficie linguistica non è topologica.
Nella proposizione 36 Spinoza, pensa oggetti che, per lui, sono estesi e spaziali, e , anche, immaginali, visto che Dio è effettivamente anche l’inesauribile estensione in cui si configura la multiforme e dinamica facies dell’Universo. Eppure esprime nella logica di superficie del linguaggio dei rapporti che non hanno una topologia possibile (una proiezione possibile in forme metamorfiche continue), ma una assoluzione e risoluzione logica o mereologica (una disarticolazione e integrazione nel gioco e nell’economia tra tutto e parti, universale e particolare, insieme e sottoinsieme).
Nel sistema spinoziano l’atopia del rapporto amoroso tra Dio e se stesso si esprime nel carattere inesteso dell’Idea di estensione. Sarebbe facile poi rilevare citando i passi come nel sistema spinoziano l’Idea non solo abbia il carattere della riflessività ma anche sia assolutamente conativa, affettivo-attiva, e che dunque dire che l’amore è l’Idea sia assolutamente pertinente.
A suo modo Spinoza ci ripropone rovesciandolo il paradosso pascaliano della piccola mente che intellettualmente contiene la schiacciante immensità dei pianeti materialmente estesi. Secondo la sua logica profonda in Spinoza è l’immensità del tutto divino che si fa parte mentale e umana e per amare se stessa deve essere amata dalle sue parti, giacché l’amore che le parti hanno per il tutto è quel medesimo amore che il tutto ha per la parte. Nella logica profonda spinoziana il vero assurdo non è che Dio ami se stesso amando i suoi modi, ma che la Gloria di Dio potrebbe esaurirsi se i suoi modi lo odiassero. Cosa fa sì che i modi nel loro necessario e accidentale gioco di interazioni non arrivino ad odiare un dio livida immaginetta del loro risentimento e della loro tristezza, senza arrivare mai a conoscere il vero Dio di Letizia e Potenza ? Tutto il sistema spinoziano serve a dimostrare che i modi amano Dio, per lo più e in generale, in modo prevalente, non tanto perché sia per essi un obbligo naturale coattivo, ma in quanto è per essi utile, proficuo, gratificante, vantaggioso. Una logica profonda, economica, sorregge lo splendore superficiale e abbacinante della Gloria.
La Gloria di cui parla Spinoza nello Scolio della proposizione 36 è questo amore la cui struttura è il paradosso, il contro-doppio-senso per cui amare l’altro è amare se stessi. Controsenso, doppio senso, paradosso, la cui risoluzione (l’assoluzione, la resa assoluta) si dà per via logica e che non è possibile spianare sul tavolo topologico, perché in topologia Sè e Altro occuperanno sempre due localizzazioni puntuali separate e collegate da una distanza percorribile solo lungo un senso per volta e non nei due sensi contemporaneamente. E tuttavia solo in questo paradosso assolto, in questa superficialità agganciata ad un meccanismo economico profondo di tutela e garanzia, accade per Spinoza l’evento puro della intuizione dell’essenza della cosa singolare. Ovvero accade la beatitudine della contemplazione divina.
6- Come riporta Hegel nella sua Storia della Filosofia, per Spinoza l’immagine dell’infinito non è la linea retta, ma la serie di distanze che separano-collegano un circolo maggiore ad un circolo minore, incluso ma non circoscritto.
Nella Lettera XII a Meyer, Spinoza afferma che numero, misura e tempo, la loro serialità mai compiuta e conclusa, non riescono a definire conoscitivamente l’infinito, perché non sono in grado di determinare e definire intuitivamente l’infinito se non come l’al di là del finito. Fissare nel tempo significa assegnare una durata, ma l’infinita vicessitudine delle cose fino ad ora accadute e compiute supera comunque ogni durata assegnabile ! Rispetto alla reale infinità del processo materiale universale già trascorso al cui concluso limite si colloca il singolo momento che ne vuole determinare la quantità, ogni numero è rubricato come immagine finita di qualcosa che è ancora più grande. Per Spinoza è vano voler enumerare o cronologizzare tutti i movimenti delle parti che compongono il tutto materiale, la cui forma globale rimane però definita e contenuta in modo intuitivamente comprensibile, anche se non numerico.
Ma quello che non può la serie sviluppata nella retta, in quanto serie sempre finita, lo può il segmento racchiuso tra due circoli. Nell’esempio, i due segmenti nel disegno spinoziano
http://www.sciacchitano.it/infinito%20limitato.jpg
segnano il massimo ed il minimo della innumerabile variabilità della distanza spaziale, intuitivamente compresa, che intervalla la parte e il tutto. I cammini che portano dai limiti della parte a quelle del tutto sono infiniti, pur restando compresi tra un massimo ed un minimo intervallo ben definito. La natura del cerchio qui impedisce la quantificazione della variabilità dell’interposizione spaziale, ma al tempo stesso la racchiude e comprende nei suoi limiti decisivi.
Nell’interpretazione di Hegel, che viene dopo il successo trionfale dell’analisi infinitesimale e del calcolo dei limiti, l’esempio spinoziano può essere tradotto nella non quantificabilità dei punti che compongono un segmento limitato. E come se Hegel riportasse il senso immaginale dell’esempio spinoziano (l’estensione circolare) al senso specifico e proprio dell’elemento euclideo inesteso: all’anevidente postulazione assiomatica del punto. Questa interpretazione hegeliana dell’esempio spinoziano è la cifra della dislocazione idealista dell’ambito della Metafisica dalla ontologia (sostanza) alla logica (concetto).
Ma andando oltre la delucidazione di Hegel noi possiamo aggiungere quindi, a ragione, che se dall’esempio spinoziano cancelliamo i due segmenti, se riconduciamo le linee ai loro punti inestesi e invisibili, rimangono due circoli i cui centri non coincidono. Restano gli interpretanti immaginali di un diagramma di Venn, ovvero di una relazione logica tra insiemi o classi. E dopo Cantor sappiamo che l’infinito è catturato dalla logica delle classi e degli insiemi.
La straordinaria proposizione 36 non chiude l’Etica.
Le proposizioni da 37 a 43 chiudono l’opera, con deduzioni che riguardano non più l’esplicitazione della struttura onto-logica dell’essere ma le conseguenze per l’eterna destinazione del modus amandi intelligente .
E’, tuttavia. la proposizione 36 a scintillare in cima alla piramide dell’Etica come suo dorato apice e pinnacolo onto-logico, aggettante ora sul positivo versante ousiologico ora su quello negativo del mero logos astratto.
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Queste foto
http://www.giusepperaciti.eu/design.htm
possono essere lette come una ripresa tecnica del tema al centro dell’Incubo di Fussli :
http://www.silmarillon.it/public/image/silma14/incubo2.jpg
La testa grava a terra, ma nella ripresa non espone il volto. Così la culla ergonomica è l’approdo del divano, stadio finale del lettone romantico. Ecco cosa è diventato l’ io, perduto il garante medico del trasfert psicoanalitico. L’incubo o l’ipnosi ermeticamente sigillate e chiuse dentra una bella testolina. Qui del mondo onirico non avremo mai interpretazione in chiave familiare, sociale o artistico geniale. Tuttavia è sempre quel mondo onirico il tema, presente nonostante l’evidenza contraria. A generare forme è l’elegante e semplice funzionalità dell’oggetto che levita sulla parete a cui è arresa la figura abbandonata di nuovo alla propria dissoluzione. Da questo giaciglio tecnico è impossibile cadere e dunque svegliarsi. Incubazione terrestre definitiva: ibernazione.
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il rituale del serpente
agosto 21, 2009 di rosariog
“Per le vie di San Francisco sono riuscito a catturare in un’istantanea colui che ha trionfato sul culto del serpente e sulla paura del fulmine… . ….l’erede degli indigeni, il cercatore d’oro che ha preso il posto degli indiani invadendo le loro terre: è lo zio Sam in cappello a cilindro mentre incede orgoglioso per strada davanti all’imitazione di una rotonda classica. Sopra il suo cilindro corrono i fili elettrici. Con il serpente di rame di Edison egli ha strappato il fulmine alla natura.” Aby Warburg – Il rituale del serpente – 1923/1939
Martedì 14 ottobre 2008
Il Baldracco folgorato in una Catania senza luce, “o scuru”, mi ha fatto pensare al viaggio di Aby Warburg presso gli indiani Pueblo. E ricordare le foto del suo folgorante incontro, lungo la strada di ritorno alla modernità, con lo zio Sam, vincitore delle arcaiche angosce grazie ai simboli “moderni”. Per Warburg il controllo psichico sulla paura panica, sul minaccioso indistinto, è sempre di natura immaginativa, anche quando assume denotazioni scientifiche e tecniche. Dal serpente al cavo dell’alta tensione. Dai primitivi ai civilizzati è sempre necessario familiarizzare col pericolo manipolandone il simbolo, tenendoselo al collo e mordendolo o semplicemente tenendolo a portata di mano, digitando l’interruttore della centralina generale prima di svitare la lampadina. Non ho dubbi su quale metodo sia realmente “salvavita”. Ma se veramente tutti “finissimu o scuru” circondati da lunghi serpenti di Edison snervati e freddi vanamente issati sui pali ? Se uno scenario da Io sono leggenda cogliesse le nostre metropoli ? Da qui vien fuori un’altra domanda : il buio civilizzato è più buio della notte iniziatica primitiva? Non più l’illuminazione violenta del lampo ma il buio inerte del black out terrorizza i metropolitani. Nell’oscurità elettrica, per farsi un pò di luce, si ritorna a trattare con le antiche immagini e con la loro ambigua virulenza psichica. Si ricorre ancora al loro potenziale danni-salvifico. Ce lo racconta il cinema. E’ tornato di moda il lupo delle favole.
di RG
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Ho amato e amo ancora viaggiare su www.etempodiscrivere.it , ma nelle trazzere uso il quaderno.
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